CHE COS’È IL BENESSERE PSICOLOGICO: IL MODELLO DI RYFF E LE SUE SEI DIMENSIONI

benessere psicologico

Il benessere psicologico non coincide con il sentirsi felici o con l’assenza di disturbi, ma descrive il grado in cui una persona funziona pienamente, affronta le sfide della vita e realizza le proprie potenzialità. Il modello più studiato, quello di Carol Ryff, lo articola in sei dimensioni e lo distingue dal benessere edonico, cioè dalla semplice ricerca del piacere e della soddisfazione.

Che cosa si intende per benessere psicologico

Per gran parte del Novecento la psicologia ha studiato soprattutto la sofferenza, e la salute mentale è stata trattata come semplice assenza di malattia. Negli ultimi decenni questa impostazione è cambiata. Il concetto di benessere riguarda oggi il funzionamento psicologico ottimale e l’esperienza positiva, e non si esaurisce nel non avere sintomi (Ryan e Deci, 2001). Diversi studi clinici mostrano che persone uscite da un episodio di ansia o depressione possono restare con livelli di benessere più bassi rispetto a chi non si è mai ammalato, segno che togliere il disagio non genera automaticamente uno stato di pieno funzionamento (Ruini et al., 2003).

La ricerca scientifica ha seguito due grandi strade nel definire che cosa renda una vita “buona”. Una si concentra sulla felicità e sul piacere, l’altra sullo sviluppo del potenziale umano. Capire questa differenza è il modo più chiaro per inquadrare il benessere psicologico in senso proprio.

Differenza tra benessere edonico ed eudaimonico

La distinzione tra benessere edonico ed eudaimonico affonda le radici nella filosofia antica e organizza ancora oggi la ricerca empirica. L’approccio edonico identifica il benessere con la presenza di piacere e l’evitamento del dolore, e si esprime nel costrutto di benessere soggettivo, fatto di soddisfazione di vita, emozioni positive e bassa frequenza di emozioni negative. L’approccio eudaimonico, invece, considera il benessere come qualcosa di più della felicità, e lo colloca nella realizzazione delle proprie potenzialità e del proprio “vero sé” (Ryan e Deci, 2001).

Le due tradizioni non sono in opposizione e in parte si sovrappongono, ma rispondono a domande diverse. Il benessere soggettivo chiede quanto una persona si senta soddisfatta e contenta della propria vita. Il benessere psicologico, di matrice eudaimonica, chiede quanto quella persona percepisca di crescere, di avere uno scopo e di gestire bene le sfide esistenziali (Keyes et al., 2002). In un ampio campione di adulti statunitensi, queste due forme di benessere sono risultate correlate ma empiricamente distinte: si possono avere punteggi alti su una e più modesti sull’altra, e i profili variano con l’età, l’istruzione e i tratti di personalità (Keyes et al., 2002).

Il modello di Carol Ryff e le sue origini

Negli anni Ottanta Carol Ryff osservò che molte teorie sul funzionamento positivo, dalle riflessioni sulla maturità e l’autorealizzazione fino ai criteri di salute mentale e alle tappe dello sviluppo adulto, convergevano su alcuni punti comuni. A partire da questa rassegna propose un modello multidimensionale del benessere psicologico e costruì un questionario, le Psychological Well-Being Scales, per misurarlo (Ruini et al., 2003). L’obiettivo non era misurare quanto una persona si sentisse felice in un dato momento, ma valutare il suo atteggiamento verso il funzionamento ottimale, qualcosa che riguarda la valutazione che ciascuno fa di sé e della propria vita.

Uno dei meriti di questo modello è di tenere distinto il benessere dalla personalità e dal disagio. In uno studio su 450 persone, le sei scale del questionario di Ryff si raggruppavano in un unico fattore di benessere, separato dai fattori che descrivevano i sintomi e i tratti di personalità, pur restando in relazione con essi (Ruini et al., 2003). In altre parole, il benessere psicologico non è né la semplice assenza di sintomi né una mera espressione del carattere.

Le sei dimensioni del benessere psicologico

Il cuore del modello sono sei dimensioni, ciascuna delle quali descrive un aspetto del funzionamento positivo (Ruini et al., 2003).

Autonomia

Riguarda l’indipendenza, l’autodeterminazione e la capacità di resistere alle pressioni sociali a pensare o agire in un certo modo. La persona autonoma possiede un locus of control interno e valuta se stessa secondo standard personali, non solo in base al giudizio altrui.

Padronanza ambientale

Consiste nel saper cogliere le opportunità del proprio contesto, nel partecipare alle attività lavorative e familiari e nel sentirsi competenti nel gestire le richieste della vita quotidiana. È la dimensione più legata alla gestione della stanchezza fisica e mentale di tutti i giorni.

Crescita personale

È l’apertura a nuove esperienze, la capacità di affrontare compiti e sfide diverse nelle varie fasi della vita e il vedere se stessi come in continua evoluzione. Riflette il processo di autorealizzazione, cioè la sensazione di svilupparsi e di espandersi nel tempo.

Relazioni positive con gli altri

Comprende il possedere relazioni calde e fondate sulla fiducia, l’essere capaci di empatia, affetto e intimità. È una dimensione sociale del benessere, distinta dalla soddisfazione individuale.

Scopo nella vita

Indica avere obiettivi, intenzioni e un senso di direzione che contribuiscono alla percezione che la vita abbia un significato. È vicina al nucleo eudaimonico del modello, perché lega il benessere alla presenza di mete personali coerenti con i propri valori personali.

Accettazione di sé

Consiste in un atteggiamento positivo verso se stessi, nel riconoscere i propri lati buoni e meno buoni e nell’accettare il proprio passato con le sue esperienze positive e negative. Tra le sei dimensioni è quella che mostra le correlazioni più forti, in senso negativo, con i sintomi di ansia e depressione, e si lega da vicino al lavoro sull’autostima e l’autocompassione (Ruini et al., 2003).

Perché il benessere non è solo assenza di sintomi

Uno dei risultati più solidi della ricerca su questo modello è che togliere il disagio non equivale ad aggiungere benessere. Nello studio italiano già citato, le correlazioni tra le scale di benessere e gli indici di ansia, depressione e altri sintomi erano negative ma moderate o basse, al punto che i punteggi di benessere non predicevano in modo forte il livello di disagio (Ruini et al., 2003). Persone trattate con successo per disturbi dell’umore potevano continuare a mostrare meno benessere rispetto a chi stava bene, il che suggerisce che il benessere e i sintomi sono dimensioni in parte indipendenti.

Questa indipendenza ha una conseguenza pratica importante: chi non presenta un disturbo diagnosticabile può comunque sentirsi poco realizzato, privo di scopo o poco padrone della propria vita. Lavorare sul benessere significa quindi coltivare attivamente dimensioni come lo scopo, la crescita e le relazioni, non limitarsi a ridurre i sintomi. Anche pratiche come la mindfulness o l’allenamento della consapevolezza emotiva si collocano in questa logica di promozione del funzionamento positivo, più che di sola cura del disagio.

Felicità e adattamento, i limiti del modello edonico

Concentrarsi solo sulla felicità ha un limite ben documentato: gli esseri umani tendono ad adattarsi agli eventi, tornando verso un livello di base di soddisfazione. Secondo le teorie del punto di equilibrio, le persone reagiscono a un evento e poi rientrano gradualmente verso il proprio livello abituale. Uno studio longitudinale su oltre ventimila persone seguite per quindici anni ha però mostrato che questo ritorno non è sempre completo: dopo un periodo di disoccupazione, in media la soddisfazione di vita non risaliva del tutto ai livelli precedenti, neppure dopo il ritorno al lavoro (Lucas et al., 2004).

Questi dati ricordano che la soddisfazione di vita è in parte stabile e legata al temperamento, ma può essere spostata da eventi importanti, e che inseguire la sola felicità immediata è una base fragile per il benessere. Il modello eudaimonico offre un’alternativa più robusta, perché àncora il benessere a dimensioni che la persona può coltivare, come lo scopo e la crescita personale. Imparare a gestire l’ansia quotidiana rientra in questo lavoro più ampio sulla padronanza della propria vita.

Limiti e questioni aperte

Il modello di Ryff è uno dei più studiati, ma non è privo di questioni aperte. La struttura a sei dimensioni distinte è stata oggetto di dibattito, perché alcune scale risultano fortemente correlate tra loro e con i tratti di personalità, e in alcune analisi due dimensioni, la crescita personale e le relazioni positive, tendono a sovrapporsi alla personalità più delle altre (Ruini et al., 2003). Inoltre i profili di benessere variano con l’età, il sesso e il contesto culturale, per cui i punteggi vanno letti tenendo conto della fase di vita e del gruppo di appartenenza.

Va ricordato infine che il benessere psicologico, per quanto distinto dal disturbo, non sostituisce la diagnosi e la cura quando è presente una sofferenza clinica. Un buon punteggio in queste scale non esclude un disturbo, e viceversa. La valutazione del benessere resta quindi uno strumento complementare al percorso clinico, non un suo sostituto.

Domande frequenti sul benessere psicologico

Qual è la differenza tra benessere psicologico e felicità

La felicità appartiene soprattutto al benessere edonico, cioè alla presenza di emozioni positive e di soddisfazione di vita. Il benessere psicologico, di matrice eudaimonica, riguarda invece il pieno funzionamento della persona: avere scopi, crescere, mantenere relazioni significative e gestire bene le sfide della vita. Sono dimensioni correlate ma distinte.

Quali sono le sei dimensioni del modello di Ryff

Sono autonomia, padronanza ambientale, crescita personale, relazioni positive con gli altri, scopo nella vita e accettazione di sé. Insieme descrivono il funzionamento psicologico ottimale e vengono misurate con le Psychological Well-Being Scales.

Si può stare bene anche senza sentirsi sempre felici

Sì. La ricerca mostra che benessere e sintomi sono dimensioni in parte indipendenti. Si può attraversare un periodo difficile e mantenere un senso di scopo, di crescita e di relazioni solide, così come si può essere momentaneamente sereni ma poco realizzati. Il benessere eudaimonico non coincide con l’umore del momento.

Il benessere psicologico è la stessa cosa della salute mentale

Sono concetti collegati ma non sovrapponibili. La salute mentale, intesa in senso ampio, include sia l’assenza di disturbi sia la presenza di benessere. Avere un buon benessere psicologico non esclude la possibilità di un disturbo, e per questo la valutazione del benessere è complementare, non alternativa, alla valutazione clinica.

Il benessere psicologico si può migliorare

Le dimensioni del modello sono relativamente stabili ma non immutabili: cambiano in risposta agli eventi di vita e possono essere modificate da interventi psicologici mirati. Coltivare scopo, crescita, relazioni e accettazione di sé è un lavoro che può essere accompagnato da un percorso con un professionista.

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Bibliografia

  • Keyes, C. L. M., Shmotkin, D., & Ryff, C. D. (2002). Optimizing well-being: The empirical encounter of two traditions. Journal of Personality and Social Psychology, 82(6), 1007–1022. https://doi.org/10.1037/0022-3514.82.6.1007
  • Lucas, R. E., Clark, A. E., Georgellis, Y., & Diener, E. (2004). Unemployment alters the set point for life satisfaction. Psychological Science, 15(1), 8–13. https://doi.org/10.1111/j.0963-7214.2004.01501002.x
  • Ruini, C., Ottolini, F., Rafanelli, C., Tossani, E., Ryff, C. D., & Fava, G. A. (2003). The relationship of psychological well-being to distress and personality. Psychotherapy and Psychosomatics, 72(5), 268–275. https://doi.org/10.1159/000071898
  • Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2001). On happiness and human potentials: A review of research on hedonic and eudaimonic well-being. Annual Review of Psychology, 52, 141–166. https://doi.org/10.1146/annurev.psych.52.1.141

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