Le risorse psicologiche sono le capacità interne e relazionali che permettono a un adulto di affrontare lo stress e le avversità senza esserne travolto, e la resilienza è il processo dinamico con cui queste risorse si attivano e si rinforzano nel tempo. Non si tratta di un dono innato o di una corazza che alcuni hanno e altri no, ma di un insieme di fattori protettivi, in parte modificabili, che includono il sostegno sociale, le strategie di coping flessibili, la regolazione delle emozioni e un atteggiamento orientato al significato.
Nel linguaggio comune resilienza significa “resistere” o “non spezzarsi”, ma nella ricerca scientifica il concetto è più preciso e meno eroico. In una rassegna interdisciplinare che ha messo a confronto le definizioni usate in psicologia, psichiatria e antropologia, la maggior parte degli studiosi concorda su un punto: la resilienza è un funzionamento sano, adattivo e integrato che si mantiene o si recupera nel tempo dopo un’avversità, non un tratto fisso della personalità (Southwick et al., 2014). È quindi un processo, non un’etichetta, e può manifestarsi in modo diverso a seconda del momento di vita, del tipo di stress e del contesto culturale in cui la persona si trova.
Le risorse psicologiche sono i mattoni di questo processo. Comprendono capacità individuali come la flessibilità cognitiva, la capacità di dare un senso a quello che accade e di regolare le proprie emozioni, ma anche risorse relazionali e sociali, perché la stessa rassegna sottolinea che la resilienza si costruisce su più livelli, da quello individuale a quello familiare e comunitario, ed è influenzata da variabili genetiche, evolutive, economiche e sociali (Southwick et al., 2014). Questo spiega perché due adulti esposti alla stessa difficoltà possano avere esiti molto diversi.
Gran parte degli studi storici sulla resilienza ha riguardato l’infanzia, perché interessava capire quali condizioni permettessero ai bambini esposti a sfortuna o trascuratezza di svilupparsi comunque in modo sano. In quel filone la domanda è soprattutto “quali fattori predicono un buon adattamento futuro”. Negli adulti la prospettiva cambia: l’interesse si sposta dalla previsione alla possibilità di intervenire, cioè se e quanto le risorse possano essere allenate in persone già adulte. Per questo la ricerca sugli interventi negli adulti ha tipicamente escluso gli studi sui bambini, che rispondono a domande diverse e seguono percorsi di sviluppo non sovrapponibili (Leppin et al., 2014).
Se ti interessa il versante evolutivo, cioè come si costruiscono questi fattori protettivi fin dai primi anni di vita, abbiamo dedicato un approfondimento alla resilienza nei bambini. Qui restiamo invece sull’adulto, dove il punto centrale non è tanto “da dove arriva” la resilienza, ma cosa una persona può fare oggi per rafforzare le proprie risorse.
I fattori protettivi sono gli elementi che riducono l’impatto dello stress e favoriscono il recupero. Le rassegne sul tema convergono su alcune aree ricorrenti: le relazioni di sostegno, le emozioni e le disposizioni positive, le strategie di coping attive e la capacità di dare un significato all’esperienza. Nessuno di questi fattori da solo “rende” resilienti, ma insieme spostano la bilancia.
Tra i determinanti della resilienza, il sostegno sociale ricorre con particolare costanza. La rassegna interdisciplinare descrive le relazioni come una delle principali fonti di adattamento di fronte alle avversità, anche perché la sensazione di avere qualcuno su cui contare attiva risorse che vanno oltre quelle del singolo individuo (Southwick et al., 2014). Le relazioni non sono uno sfondo neutro, ma un fattore protettivo attivo: chi può appoggiarsi a legami significativi affronta lo stress con un margine maggiore.
Le disposizioni positive, come l’ottimismo, la speranza e la soddisfazione di vita, sono associate non solo al benessere psicologico ma anche alla salute fisica. Una revisione quantitativa di studi prospettici ha mostrato che il benessere psicologico positivo è collegato a una mortalità più bassa nelle popolazioni inizialmente sane, con un effetto che restava significativo anche tenendo conto degli stati emotivi negativi (Chida e Steptoe, 2008). In altre parole, le risorse positive non sono semplicemente l’assenza di malessere, ma un ingrediente a sé che contribuisce all’adattamento. Va letto con cautela: si tratta di studi osservazionali, che mostrano associazioni e non rapporti di causa diretta.
Come una persona gestisce i propri stati interni è un’altra risorsa chiave. L’autocompassione, cioè la capacità di trattarsi con gentilezza nei momenti difficili invece di colpevolizzarsi, mostra un’associazione robusta con un minore livello di sofferenza psicologica: una meta-analisi ha riportato un’associazione forte tra autocompassione e minori sintomi di ansia, depressione e stress (MacBeth e Gumley, 2012). Anche qui i dati sono in gran parte correlazionali, quindi indicano un legame ma non dimostrano che lavorare sull’autocompassione produca da solo il miglioramento. Se vuoi approfondire questo aspetto, può esserti utile la lettura su autostima e autocompassione e sulla consapevolezza emotiva.
Il coping è l’insieme delle strategie con cui affrontiamo le situazioni stressanti. Le strategie più ricorrenti nei programmi che mirano a rafforzare la resilienza includono la promozione delle emozioni positive, la flessibilità cognitiva, il sostegno sociale, la ricerca di significato e il coping attivo, cioè l’affrontare il problema invece di evitarlo (Leppin et al., 2014). La parola chiave è flessibilità: non esiste una strategia giusta in assoluto, ma la capacità di scegliere lo strumento adatto al momento.
Trovare un senso in quello che si sta vivendo è uno degli elementi che gli studiosi descrivono come centrali, al punto che la resilienza viene paragonata a una decisione attiva da riconfermare di continuo, più che a uno stato raggiunto una volta per tutte (Southwick et al., 2014). Questo spostamento dal “subire” all'”agire” è il motivo per cui chiarire i propri valori personali aiuta nei momenti di difficoltà, e per cui imparare a gestire l’ansia quotidiana rientra a pieno titolo nel lavoro sulle risorse psicologiche.
Per molto tempo si è pensato che la resilienza fosse un tratto fisso. La ricerca attuale la considera invece in parte modificabile e allenabile. Una revisione sistematica con meta-analisi di studi controllati e randomizzati ha esaminato i programmi pensati per rafforzare la resilienza negli adulti, trovando un effetto da piccolo a moderato sull’aumento della resilienza, con una differenza media standardizzata di 0,37 per i programmi rivolti allo stress generale entro tre mesi di osservazione (Leppin et al., 2014). Gli stessi autori sono onesti sui limiti: gli studi inclusi erano piccoli e con rischio di distorsione da moderato ad alto, e il livello di fiducia complessivo nei risultati è basso.
Il messaggio realistico è duplice. Da un lato, le risorse psicologiche non sono congelate e si può lavorarci anche in età adulta. Dall’altro, i benefici degli interventi sono reali ma misurati, non miracolosi, e gli effetti più solidi nel breve periodo riguardano il rafforzamento della resilienza stessa, mentre per esiti come stress e depressione i risultati erano più consistenti negli interventi rivolti a chi aveva vissuto un trauma (Leppin et al., 2014).
Tra le pratiche più studiate negli adulti senza disturbi diagnosticati c’è la mindfulness. Una meta-analisi sui programmi di riduzione dello stress basati sulla consapevolezza, condotta su persone sane, ha riportato un effetto moderato sulla riduzione di stress e ansia, con una dimensione dell’effetto di circa 0,53 nei confronti tra gruppi, mantenuta a una distanza media di diciannove settimane (Khoury et al., 2015). Gli effetti più ampi riguardavano lo stress, mentre erano più contenuti su altri esiti come l’esaurimento.
È importante non confondere la mindfulness con la resilienza in senso stretto. Le pratiche di consapevolezza nascono soprattutto per affrontare lo stress e l’ansia già presenti, mentre l’allenamento della resilienza in senso proprio guarda in avanti e prepara ad affrontare difficoltà future (Leppin et al., 2014). Sono strumenti complementari. Chi volesse avvicinarsi a queste pratiche trova un’introduzione nella nostra pagina sulla mindfulness, mentre per la gestione dell’affaticamento può essere utile l’approfondimento su come gestire la stanchezza fisica e mentale.
Avere buone risorse psicologiche non significa farcela sempre da soli. Gli stessi studiosi ricordano che alcune persone descritte come resilienti convivono comunque con una sofferenza importante, e che la resilienza non coincide con l’assenza di sintomi (Southwick et al., 2014). Quando lo stress diventa cronico, quando l’ansia o il tono dell’umore interferiscono con la vita quotidiana per settimane, o quando i tentativi di coping abituali non funzionano più, chiedere un supporto professionale è una scelta sensata e non un segno di fragilità.
Se l’ansia è persistente e pervasiva può essere utile capire quando si parla di un quadro clinico vero e proprio, come nel disturbo d’ansia generalizzata. In questi casi il lavoro sulle risorse psicologiche si integra con un percorso strutturato, non lo sostituisce.
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Scopri il PoliambulatorioNon è un tratto fisso. La ricerca la descrive come un processo dinamico, costruito su più livelli e influenzato da fattori sia biologici sia sociali, quindi in parte modificabile anche da adulti (Southwick et al., 2014).
Ricorrono soprattutto il sostegno sociale, le emozioni e le disposizioni positive, le strategie di coping attive e flessibili e la capacità di dare un significato all’esperienza (Leppin et al., 2014).
I programmi dedicati mostrano un effetto da piccolo a moderato sul rafforzamento della resilienza, ma gli studi disponibili sono piccoli e di qualità variabile, quindi i benefici sono reali ma misurati (Leppin et al., 2014).
Nelle persone sane la mindfulness riduce stress e ansia con un effetto moderato (Khoury et al., 2015). Agisce però soprattutto sullo stress già presente, mentre l’allenamento della resilienza guarda anche alle difficoltà future, quindi sono strumenti complementari.
Studi prospettici associano il benessere psicologico positivo a una mortalità più bassa nelle persone inizialmente sane, indipendentemente dagli stati negativi (Chida e Steptoe, 2008). Sono associazioni osservazionali, da non leggere come prova di causa diretta.
Chida, Y., e Steptoe, A. (2008). Positive psychological well-being and mortality: A quantitative review of prospective observational studies. Psychosomatic Medicine, 70(7), 741–756. https://doi.org/10.1097/PSY.0b013e31818105ba
Khoury, B., Sharma, M., Rush, S. E., e Fournier, C. (2015). Mindfulness-based stress reduction for healthy individuals: A meta-analysis. Journal of Psychosomatic Research, 78(6), 519–528. https://doi.org/10.1016/j.jpsychores.2015.03.009
Leppin, A. L., Bora, P. R., Tilburt, J. C., Gionfriddo, M. R., Zeballos-Palacios, C., Dulohery, M. M., Sood, A., Erwin, P. J., Brito, J. P., Boehmer, K. R., e Montori, V. M. (2014). The efficacy of resiliency training programs: A systematic review and meta-analysis of randomized trials. PLoS ONE, 9(10), e111420. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0111420
MacBeth, A., e Gumley, A. (2012). Exploring compassion: A meta-analysis of the association between self-compassion and psychopathology. Clinical Psychology Review, 32(6), 545–552. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2012.06.003
Southwick, S. M., Bonanno, G. A., Masten, A. S., Panter-Brick, C., e Yehuda, R. (2014). Resilience definitions, theory, and challenges: Interdisciplinary perspectives. European Journal of Psychotraumatology, 5(1), 25338. https://doi.org/10.3402/ejpt.v5.25338
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