La psicoterapia di gruppo è una forma di trattamento psicologico in cui un piccolo gruppo di persone, guidato da uno o due terapeuti, lavora insieme sulle proprie difficoltà emotive e relazionali. Quello che cura non è solo il dialogo con il professionista, ma anche ciò che accade tra i membri, il riconoscersi negli altri, ricevere sostegno e mettere alla prova nuovi modi di stare in relazione.
La psicoterapia di gruppo riunisce in genere da cinque a una decina di partecipanti che si incontrano con regolarità, di solito una volta a settimana, con la conduzione di uno o due terapeuti. Non si tratta di una lezione collettiva né di una somma di colloqui individuali svolti in presenza di altri. La caratteristica distintiva è che il gruppo stesso diventa lo strumento del cambiamento: le relazioni che si formano tra i membri, il clima di fiducia che si costruisce nel tempo e gli scambi di esperienze sono parte attiva del processo terapeutico, non semplice contorno.
Esistono molti modelli, dai gruppi a orientamento cognitivo comportamentale a quelli psicodinamico interpersonali, fino ai gruppi di supporto strutturati. In tutti, accanto alle tecniche specifiche, agiscono elementi che derivano dalla natura collettiva dell’esperienza e che possono diventare di per sé un veicolo di cambiamento (Behenck et al., 2016).
Il modo più studiato di descrivere ciò che rende efficace un gruppo è il modello dei fattori terapeutici, un insieme di meccanismi che spiegano perché il lavoro in gruppo produce benefici. Questo schema viene usato come riferimento nella ricerca clinica per analizzare cosa accade davvero durante le sedute (Sousa et al., 2020). I fattori comunemente descritti sono dodici, tra cui i seguenti.
Un’osservazione utile per chi si avvicina a questo percorso è che questi fattori non agiscono tutti insieme e allo stesso modo. La ricerca che ha misurato i fattori terapeutici seduta per seduta mostra che la loro importanza cambia nel corso del trattamento e si combina in modi diversi a seconda della fase, segno che il processo è dinamico e i diversi elementi sono interdipendenti (Behenck et al., 2016).
Tra tutti i fattori, l’apprendimento interpersonale è quello che meglio cattura la specificità del gruppo. Uno studio condotto su donne con disturbo da alimentazione incontrollata ha analizzato come, nel corso delle sedute, la percezione che il singolo ha del proprio legame con il gruppo tenda ad avvicinarsi progressivamente a come il gruppo lo percepisce. Questa convergenza, intesa come una forma di apprendimento interpersonale attraverso il confronto con gli altri, è risultata associata a un miglioramento dell’autostima al termine del trattamento (Gallagher et al., 2014).
In altre parole, ricevere un feedback più accurato su come si appare agli altri aiuta a correggere un’immagine di sé distorta. Lo stesso studio segnala che le persone con maggiore ansia legata all’attaccamento partivano da una percezione più bassa del proprio legame con il gruppo e mostravano scarti più ampi rispetto allo sguardo degli altri, un dato che suggerisce per chi conduce il gruppo di prestare particolare attenzione a queste discrepanze (Gallagher et al., 2014). Lavorare sulla consapevolezza emotiva diventa così parte integrante del percorso.
Le prove disponibili indicano che la psicoterapia di gruppo è un trattamento efficace per diversi disturbi. Una sintesi degli studi controllati sul disturbo d’ansia sociale ha rilevato che, rispetto a chi resta in lista d’attesa senza trattamento, chi partecipa a un percorso di gruppo ottiene un miglioramento ampio dei sintomi, con una differenza media stimata intorno a un effetto di entità elevata, pari a circa 1,05 nelle analisi principali e a 0,84 dopo aver escluso i risultati più estremi (Barkowski et al., 2016).
Un punto spesso sollevato da chi deve scegliere è se il gruppo funzioni meno bene del percorso individuale. La stessa analisi non ha trovato differenze statisticamente significative nel confronto diretto tra formato di gruppo e formato individuale per il disturbo d’ansia sociale, pur con un numero limitato di studi su questo specifico confronto (Barkowski et al., 2016). Questo significa che, per molte persone, il gruppo non è un’alternativa di ripiego, ma una scelta clinica appropriata che può anche permettere di raggiungere più persone con le stesse risorse.
Risultati coerenti emergono per altri quadri. In un percorso cognitivo comportamentale di gruppo per il disturbo di panico, la gravità dei sintomi è migliorata in misura rilevante al termine delle dodici sedute, con riduzioni marcate sulle scale di ansia e di impatto clinico (Behenck et al., 2016). Va però mantenuto un atteggiamento prudente: molti di questi studi hanno campioni piccoli, durata breve e talvolta assenza di un gruppo di controllo, per cui i dati vanno letti come indicazioni solide ma non come certezze valide per ogni persona.
La psicoterapia di gruppo viene impiegata per una gamma ampia di difficoltà, in particolare quando il funzionamento relazionale è parte centrale del problema. Tra i quadri studiati con il formato di gruppo ci sono il disturbo d’ansia generalizzata e gli altri disturbi d’ansia, il disturbo di panico, il disturbo ossessivo compulsivo e i disturbi del comportamento alimentare.
Le ricerche che hanno misurato i fattori terapeutici nei diversi disturbi suggeriscono che il gruppo lavora in modo specifico a seconda del quadro. Nel disturbo di panico i partecipanti hanno valutato come particolarmente utili l’altruismo, l’apprendimento interpersonale, la guida, l’identificazione e la comprensione di sé (Behenck et al., 2016), mentre nel disturbo ossessivo compulsivo l’identificazione e l’instillazione della speranza sono emerse tra i fattori più rilevanti al termine del percorso (Behenck, Gomes e Heldt, 2016).
Il gruppo è un’opzione di prima scelta in molte situazioni, ma non in tutte. La sua indicazione viene valutata caso per caso durante un colloquio iniziale, perché alcune condizioni, fasi acute o specifiche caratteristiche personali possono rendere più adatto un percorso individuale, almeno in una prima fase. La gestione di ansia nella vita quotidiana e il rafforzamento dell’autostima sono tra gli obiettivi che il lavoro di gruppo può sostenere bene, proprio per la presenza degli altri come specchio e fonte di sostegno.
Chi inizia un gruppo prova spesso un aumento dell’ansia nelle prime sedute, fenomeno frequente e atteso. È in questa fase che i fattori legati al sentirsi accolti, come l’universalità e la speranza alimentata dal vedere gli altri, aiutano a rafforzare il legame e a non abbandonare il percorso (Behenck et al., 2016). Con il tempo il gruppo diventa un luogo in cui sperimentare comportamenti nuovi, ricevere riscontri sinceri e osservare negli altri modelli di reazione diversi dai propri.
La riservatezza è una regola fondamentale: ciò che viene condiviso nel gruppo resta nel gruppo. La presenza di un terapeuta che conduce gli incontri serve proprio a garantire un clima sicuro, a regolare gli scambi e a fare in modo che il confronto resti costruttivo. È bene ricordare che il gruppo non sostituisce la valutazione clinica individuale e che eventuali bisogni specifici vanno discussi con il professionista di riferimento.
Nella terapia individuale il lavoro avviene tra paziente e terapeuta. Nel gruppo agiscono anche le relazioni tra i partecipanti, che diventano parte dello strumento terapeutico. Per il disturbo d’ansia sociale gli studi non hanno trovato differenze significative di efficacia tra i due formati (Barkowski et al., 2016).
Le prove indicano un miglioramento ampio dei sintomi rispetto all’assenza di trattamento per diversi disturbi, ad esempio nel disturbo d’ansia sociale (Barkowski et al., 2016). Molti studi hanno però campioni piccoli, quindi i risultati vanno letti come indicazioni solide ma non come garanzie individuali.
Viene impiegata per disturbi d’ansia, disturbo di panico, disturbo ossessivo compulsivo e disturbi del comportamento alimentare, tra gli altri. L’indicazione va valutata caso per caso in un colloquio iniziale.
I gruppi riuniscono in genere da cinque a una decina di partecipanti, con incontri regolari, spesso settimanali, condotti da uno o due terapeuti.
Sì. Un aumento dell’ansia all’inizio è frequente e atteso. I fattori legati al sentirsi accolti e alla speranza aiutano a superare questa fase e a non abbandonare il percorso (Behenck et al., 2016).
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