PRENDERSI CURA DI SÉ: IL SELF-CARE PSICOLOGICO BASATO SULLE EVIDENZE

Il self-care psicologico efficace non coincide con bagni caldi, candele profumate o acquisti che promettono benessere immediato, ma con un piccolo gruppo di abitudini su cui la ricerca scientifica ha raccolto prove solide: dormire a sufficienza, coltivare relazioni, restare attivi e trattarsi con un atteggiamento gentile invece che critico. È un prendersi cura di sé concreto, quotidiano e a basso costo, molto distante dalla versione consumistica veicolata dai social.

Negli ultimi anni la parola self-care è diventata sinonimo di consumo: prodotti, app, esperienze a pagamento. Questa versione commerciale rischia di trasformare la cura di sé in un ulteriore dovere e in una fonte di spesa, allontanandola da ciò che davvero incide sull’equilibrio psicologico. Le evidenze indicano che le leve più efficaci sono ordinarie e gratuite. Vediamo cosa dice la letteratura, con i suoi limiti.

Che cosa significa self-care psicologico basato sulle evidenze

Per self-care psicologico basato sulle evidenze intendiamo l’insieme dei comportamenti che ciascuno può mettere in atto per proteggere il proprio funzionamento mentale, scelti non in base alla moda ma a ciò che gli studi mostrano associato a un miglior benessere. La differenza rispetto alla versione consumistica è sostanziale: non si tratta di comprare qualcosa, ma di modificare alcune abitudini di base. Quattro aree, in particolare, sono sostenute da ricerca robusta: il sonno, le relazioni, l’attivazione comportamentale e l’autocompassione.

È utile dire subito che questi comportamenti riducono il rischio e sostengono il benessere su scala di popolazione, ma non sostituiscono una valutazione clinica quando il disagio è intenso o persistente. Il self-care è una base, non una terapia.

Il sonno come primo pilastro della cura di sé

Il sonno è probabilmente la forma di self-care più sottovalutata e, allo stesso tempo, una delle più studiate. La privazione di sonno non rende soltanto stanchi: altera direttamente il modo in cui elaboriamo le emozioni. In uno studio sperimentale su volontari sani, la soppressione selettiva del sonno REM aumentava l’affettività negativa il giorno successivo e accentuava la reattività dell’amigdala, una struttura centrale nell’elaborazione delle emozioni, durante un’esperienza di esclusione sociale (Glosemeyer et al., 2020). In altre parole, dopo una notte di sonno disturbato siamo più vulnerabili allo stress relazionale e percepiamo gli stessi eventi come più minacciosi.

Questo aiuta a capire perché curare il sonno non sia un lusso ma una priorità. Regolarità degli orari, riduzione degli schermi nelle ore serali e attenzione a caffeina e alcol sono interventi semplici che proteggono la stabilità emotiva. Va però ricordato che lo studio citato osserva effetti a breve termine in laboratorio e non equivale a una prova sugli esiti clinici a lungo termine, che restano da approfondire.

Le relazioni sociali proteggono la salute mentale e fisica

Coltivare relazioni è una delle forme di self-care meglio documentate. Una revisione che ha raccolto 148 studi prospettici, per un totale di oltre 308.000 partecipanti, ha stimato che chi dispone di relazioni sociali più solide ha una probabilità di sopravvivenza superiore di circa il 50 per cento rispetto a chi ne è privo, un effetto che rimaneva consistente per età, sesso e stato di salute iniziale (Holt-Lunstad et al., 2010). Il legame con la salute, dunque, non è solo psicologico ma anche fisico.

Sul versante opposto, l’isolamento e la solitudine comportano un rischio misurabile. Una revisione di 86 studi prospettici negli anziani ha associato la solitudine a un aumento della mortalità per tutte le cause, con stime ancora più marcate per l’isolamento sociale e per il vivere da soli (Nakou et al., 2025). Si tratta di associazioni osservazionali, con notevole eterogeneità tra gli studi, quindi non dimostrano un rapporto causale diretto; restano però un argomento forte per investire tempo nelle relazioni invece di considerarle un di più. Coltivare legami, del resto, è anche una strategia concreta per gestire lo stress quotidiano.

Restare attivi: l’attivazione comportamentale contro l’apatia

Quando l’umore cala, la tendenza naturale è ritirarsi e rinunciare alle attività. Questo ritiro, però, alimenta il calo dell’umore in un circolo vizioso. L’attivazione comportamentale rovescia questa logica: invece di aspettare di sentirsi meglio per agire, si programmano gradualmente attività piacevoli o significative per recuperare energia e senso. Una revisione di studi controllati ha rilevato che questo approccio era superiore alle condizioni di controllo nel ridurre i sintomi depressivi, con un effetto di entità rilevante su 25 studi e oltre 1.000 partecipanti (Ekers et al., 2014).

Tradotto in self-care quotidiano, significa che riempire le giornate di piccoli gesti concreti, una passeggiata, una telefonata, un compito portato a termine, non è un palliativo ma un ingrediente attivo del benessere. Gli autori segnalano che la qualità di molti studi era bassa e i follow-up brevi, quindi la prudenza è d’obbligo; resta però una delle strategie comportamentali con basi più solide. Se la stanchezza è l’ostacolo principale, può aiutare capire come gestire la stanchezza fisica e mentale prima di programmare attività troppo ambiziose.

L’autocompassione invece dell’autocritica

La quarta leva è il modo in cui ci parliamo. L’autocompassione, cioè trattarsi con la stessa gentilezza che riserveremmo a un amico in difficoltà invece di flagellarsi, è stata oggetto di una sintesi che ha esaminato venti campioni e ha trovato un’associazione di grande entità tra livelli più alti di compassione verso di sé e minore presenza di sofferenza psicologica, in particolare depressione, ansia e stress (MacBeth e Gumley, 2012). Chi è più autocompassionevole tende a riferire meno sintomi.

Anche qui serve cautela interpretativa: gli studi inclusi erano in larga parte trasversali, cioè misuravano autocompassione e sofferenza nello stesso momento, quindi non permettono di stabilire la direzione del rapporto. Resta però un dato coerente con l’esperienza clinica e con la pratica della mindfulness, da cui molti esercizi di autocompassione derivano. Per approfondire il legame tra giudizio su di sé e benessere è utile l’articolo dedicato ad autostima e autocompassione.

Perché il self-care consumistico spesso non funziona

Le quattro leve descritte hanno un tratto comune: non si comprano. Il self-care consumistico, fatto di acquisti e premi occasionali, può dare un sollievo momentaneo ma non incide sulle abitudini di fondo. Anzi, può diventare una forma di evitamento: ci si concede un acquisto invece di affrontare un sonno cronicamente insufficiente, un isolamento crescente o un dialogo interno spietato. Il rischio è scambiare la gratificazione immediata per cura reale.

Questo non significa che concedersi piccoli piaceri sia sbagliato: rientrano a pieno titolo tra le attività significative dell’attivazione comportamentale. Il punto è la gerarchia. Prima vengono sonno, relazioni, attività e atteggiamento verso di sé; il resto è un complemento, non il cuore della cura. Quando il disagio supera la soglia del fisiologico, ad esempio in presenza di un quadro come il disturbo d’ansia generalizzata, il self-care da solo non basta e diventa opportuno un confronto con un professionista.

Quando la cura di sé non basta

Se il malessere è intenso o persistente, un confronto con uno specialista può aiutare a capire come muoversi. Il Poliambulatorio dell’Ospedale Maria Luigia offre valutazioni psicologiche e psichiatriche.

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Domande frequenti sul self-care psicologico

Che cos’è il self-care psicologico basato sulle evidenze

È l’insieme di abitudini quotidiane che la ricerca associa a un miglior benessere mentale: dormire a sufficienza, coltivare relazioni, restare attivi e trattarsi con gentilezza. Si distingue dalla versione consumistica perché non richiede acquisti, ma cambiamenti nello stile di vita.

Il self-care può sostituire la psicoterapia

No. Il self-care è una base che protegge il funzionamento mentale e può ridurre il rischio, ma quando il disagio è intenso o persistente non sostituisce una valutazione clinica e un eventuale percorso terapeutico.

Perché il sonno è così importante per l’umore

La privazione di sonno, in particolare del sonno REM, aumenta l’affettività negativa e la reattività emotiva il giorno successivo (Glosemeyer et al., 2020). Dormire poco ci rende più vulnerabili allo stress e fa percepire gli eventi come più minacciosi.

Le relazioni sociali influiscono davvero sulla salute

Sì. Chi ha relazioni più solide mostra una probabilità di sopravvivenza più alta (Holt-Lunstad et al., 2010), mentre solitudine e isolamento si associano a una mortalità maggiore (Nakou et al., 2025). Si tratta di dati osservazionali, ma coerenti.

Come si pratica l’autocompassione nella vita quotidiana

Significa accorgersi del proprio dialogo interno critico e sostituirlo con un atteggiamento più gentile, come si farebbe con un amico in difficoltà. Livelli più alti di autocompassione si associano a minore sofferenza psicologica (MacBeth e Gumley, 2012).

Bibliografia

  • Ekers, D., Webster, L., Van Straten, A., Cuijpers, P., Richards, D., & Gilbody, S. (2014). Behavioural activation for depression; an update of meta-analysis of effectiveness and sub group analysis. PLoS ONE, 9(6), e100100. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0100100
  • Glosemeyer, R. W., Diekelmann, S., Cassel, W., Kesper, K., Koehler, U., Westermann, S., Steffen, A., Borgwardt, S., Wilhelm, I., Müller, J. C., & Rief, W. (2020). Selective suppression of rapid eye movement sleep increases next-day negative affect and amygdala responses to social exclusion. Scientific Reports, 10(1), 17325. https://doi.org/10.1038/s41598-020-74169-8
  • Holt-Lunstad, J., Smith, T. B., & Layton, J. B. (2010). Social relationships and mortality risk: A meta-analytic review. PLoS Medicine, 7(7), e1000316. https://doi.org/10.1371/journal.pmed.1000316
  • MacBeth, A., & Gumley, A. (2012). Exploring compassion: A meta-analysis of the association between self-compassion and psychopathology. Clinical Psychology Review, 32(6), 545–552. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2012.06.003
  • Nakou, A., Dragioti, E., Bastas, N.-S., Zagorianakou, N., Kakaidi, V., Tsartsalis, D., Mantzoukas, S., & Gouva, M. (2025). Loneliness, social isolation, and living alone: A comprehensive systematic review, meta-analysis, and meta-regression of mortality risks in older adults. Aging Clinical and Experimental Research, 37(1), 29. https://doi.org/10.1007/s40520-024-02925-1

Autore

dott. Paolo Artoni

Paolo Artoni è Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica presso l'Ospedale Maria Luigia e dott. in Psicobiologia e Neuroscienze Cognitive.

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