La comunicazione tra genitori e figli diventa efficace quando l’adulto ascolta in modo attivo, accoglie l’emozione del bambino prima di correggere il comportamento e la mette in parole. Questo modo di rispondere, studiato come emotion coaching, si associa a una migliore capacità dei figli di riconoscere e regolare le emozioni e a meno problemi di comportamento (Havighurst et al., 2010). Non significa approvare tutto, ma riconoscere ciò che il figlio prova e accompagnarlo verso una soluzione.
Una comunicazione efficace tra genitore e figlio non coincide con il parlare di più o con il trovare le parole giuste al momento giusto. Riguarda il modo in cui l’adulto risponde quando il bambino o il ragazzo prova un’emozione intensa, come rabbia, paura o tristezza. La ricerca distingue due stili opposti di risposta. Da un lato c’è uno stile che ignora, critica o cerca di sopprimere le emozioni del figlio, considerandole un fastidio o un capriccio da spegnere. Dall’altro c’è uno stile in cui il genitore è consapevole delle emozioni proprie e del figlio, le accetta e aiuta il bambino a comprenderle e gestirle prima di passare alla soluzione del problema (Havighurst et al., 2010).
Quando i genitori reagiscono al disagio dei figli ignorandolo, criticandolo o punendolo, i bambini possono imparare che le proprie emozioni non si possono comunicare in modo chiaro e diretto (Havighurst et al., 2013). È questo l’aspetto che rende la comunicazione un tema clinico e non solo educativo, perché incide su come il figlio imparerà a riconoscere e gestire ciò che sente.
L’ascolto attivo consiste nel prestare attenzione a ciò che il figlio prova, accogliere e validare i suoi sentimenti, prima di proporre soluzioni o correzioni (Qiu & Shum, 2022). Validare non vuol dire dare ragione né rinunciare alle regole. Significa comunicare al bambino che la sua emozione è reale, comprensibile e che ha un nome. Nei programmi studiati, ai genitori viene insegnato a riconoscere l’emozione del figlio, a trattare i momenti emotivi come occasioni di vicinanza e di insegnamento, ad ascoltare con empatia e ad aiutare il bambino a usare le parole per descrivere ciò che sente, ponendo poi i limiti necessari mentre lo si accompagna a esplorare possibili soluzioni (Qiu & Shum, 2022).
Un elemento centrale di questo modo di comunicare è l’empatia, cioè la capacità del genitore di mettersi nei panni del figlio e di considerare la situazione anche dal suo punto di vista. Nei genitori che hanno appreso queste competenze si è osservato un aumento dell’empatia e una minore tendenza a liquidare le emozioni, cambiamenti che si accompagnano a relazioni più vicine e affettuose (Havighurst et al., 2010). Mettere in parole le emozioni durante le interazioni quotidiane, ad esempio nominando ciò che il bambino sta provando e parlando delle cause di quell’emozione, è una delle pratiche che cambiano in modo misurabile dopo l’apprendimento di queste competenze (Qiu & Shum, 2022).
Lo stile comunicativo basato sull’ascolto e sulla validazione viene studiato con il termine emotion coaching, l’idea che il genitore possa fare da allenatore emotivo del figlio. In una sperimentazione condotta con genitori di bambini in età prescolare, chi aveva partecipato a un percorso centrato su queste competenze mostrava, a distanza di sei mesi, una migliore consapevolezza e regolazione delle proprie emozioni, meno risposte dismissive verso il bambino e una maggiore empatia, mentre i figli avevano una migliore conoscenza delle emozioni e meno problemi di comportamento (Havighurst et al., 2010).
Gli effetti non riguardano solo ciò che i genitori dichiarano di sé. In uno studio con bambini che presentavano problemi di comportamento, i genitori del gruppo che aveva appreso queste competenze, osservati nelle interazioni reali con i figli, usavano più etichette emotive ed esploravano di più le emozioni insieme al bambino, e i miglioramenti nel comportamento dei figli venivano riferiti anche dagli insegnanti, segno che il cambiamento si estendeva dal contesto familiare a quello scolastico (Havighurst et al., 2013). La capacità di comprendere le proprie e le altrui emozioni aiuta il bambino a gestire emozioni, comportamento e relazioni sociali, e per questo viene considerata una competenza protettiva nello sviluppo (Havighurst et al., 2013).
Questi risultati non si limitano a un singolo contesto culturale. In una sperimentazione con madri cinesi di bambini in età prescolare, un percorso adattato alla cultura locale ha aumentato il coinvolgimento positivo nella relazione, l’uso dell’ascolto e dell’incoraggiamento espressivo, e ha ridotto le reazioni punitive e la tendenza a ignorare le emozioni del figlio (Qiu & Shum, 2022). È bene ricordare che si tratta di studi con campioni di dimensioni contenute e su popolazioni specifiche, quindi le evidenze indicano una direzione promettente più che una certezza definitiva.
Con l’adolescente la comunicazione cambia forma, perché le risposte del ragazzo possono diventare ostili o di chiusura e questo tende a far scattare nel genitore reazioni difensive o di rabbia. In una sperimentazione rivolta a genitori di ragazzi nel passaggio verso la scuola secondaria, l’apprendimento dell’ascolto delle emozioni ha ridotto le difficoltà dei genitori nel controllare i propri impulsi, le loro risposte che liquidavano le emozioni dei figli, il conflitto familiare e i problemi di comportamento esternalizzante dei ragazzi rispetto a un gruppo di controllo (Havighurst et al., 2015).
Il meccanismo descritto è semplice nella sua logica. Quando il genitore evita la risposta automatica e arrabbiata, spesso impedisce l’escalation emotiva e permette al ragazzo di restare in una relazione connessa, così che, una volta che tutti sono più calmi, il confronto sul problema diventa più costruttivo (Havighurst et al., 2015). In questo senso comunicare bene con un adolescente significa anche saper gestire la propria attivazione emotiva, un tema che approfondiamo nell’articolo dedicato a gestire le proprie emozioni con i figli. Imparare a riconoscere l’emozione che sta sotto la rabbia, come una paura o una preoccupazione, aiuta inoltre a ridurre la rabbia stessa del ragazzo e quindi il conflitto tra genitore e figlio (Havighurst et al., 2015).
Le competenze che la ricerca associa a una comunicazione più efficace possono essere descritte come una sequenza di passaggi, da adattare all’età del figlio e al momento.
Queste pratiche presuppongono che il genitore riesca a stare nelle proprie emozioni mentre accompagna quelle del figlio. Per i più piccoli, sostenere la comunicazione significa anche aiutarli passo per passo a tollerare e gestire ciò che provano, un tema che trattiamo nell’articolo sulla regolazione delle emozioni nei bambini. Quando la difficoltà ricorrente è la gestione della rabbia, può essere utile leggere anche gli approfondimenti dedicati alla gestione della rabbia.
Migliorare la comunicazione tra genitori e figli è spesso un percorso possibile in famiglia, ma ci sono situazioni in cui un supporto specialistico è utile. Quando il conflitto è continuo, quando il bambino o l’adolescente mostra problemi di comportamento persistenti, ansia o tristezza che non passano, oppure quando il genitore si accorge di reagire in modo che vorrebbe cambiare ma non riesce, una consulenza psicologica può aiutare a interrompere schemi relazionali che si ripetono. I percorsi di sostegno alla genitorialità nascono proprio dall’osservazione che le competenze comunicative ed emotive si possono apprendere e che questo si riflette sul benessere dei figli (Havighurst et al., 2010). È importante mantenere aspettative realistiche, perché gli effetti documentati sono spesso di entità moderata e variano da famiglia a famiglia.
Difficoltà di comunicazione in famiglia
Il Poliambulatorio dell’Ospedale Maria Luigia offre consulenze psicologiche per genitori e famiglie che desiderano migliorare la relazione e la comunicazione con i propri figli.
Validare significa riconoscere che ciò che il figlio prova è reale e comprensibile, dargli un nome e accoglierlo, senza necessariamente approvare il comportamento. Nei percorsi studiati i genitori imparano ad ascoltare con empatia e ad accettare le emozioni del bambino prima di passare ai limiti e alla soluzione del problema (Qiu & Shum, 2022).
No. Accogliere l’emozione e porre i limiti sono due passaggi distinti e compatibili. Si riconosce il sentimento, che è sempre legittimo, e si mantengono le regole sul comportamento, accompagnando il bambino a esplorare strategie di soluzione (Havighurst et al., 2013).
Con gli adolescenti aiuta evitare le risposte automatiche di rabbia, che tendono a far salire la tensione, e rimandare il confronto a quando entrambi sono più calmi. Riconoscere la paura o la preoccupazione che spesso sta sotto la rabbia riduce il conflitto e mantiene aperta la relazione (Havighurst et al., 2015).
Gli studi su programmi di emotion coaching mostrano miglioramenti nella consapevolezza emotiva dei genitori, nella conoscenza delle emozioni dei figli e nei problemi di comportamento, con effetti spesso di entità moderata. Sono risultati promettenti, ottenuti però su campioni specifici, quindi vanno interpretati con prudenza (Havighurst et al., 2010).
Si può iniziare presto, in età prescolare, nominando le emozioni e parlando delle loro cause durante le interazioni quotidiane. Anche con i bambini piccoli queste pratiche aumentano la varietà e la frequenza con cui le emozioni vengono espresse a parole nella relazione (Qiu & Shum, 2022).
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