Gestire le proprie emozioni con i figli significa, prima ancora di educare il bambino, imparare a riconoscere e regolare ciò che proviamo noi adulti nei momenti difficili della relazione. La ricerca mostra che il modo in cui un genitore vive e gestisce le proprie emozioni influenza lo sviluppo emotivo del bambino, attraverso l’esempio, le reazioni e il clima emotivo della famiglia. Non si tratta di non arrabbiarsi mai, ma di imparare a fermarsi prima di reagire.
Una delle sfide quotidiane di ogni genitore è mantenere uno stato emotivo regolato mentre si prende cura di un figlio in difficoltà, e allo stesso tempo aiutarlo a calmarsi. La capacità del genitore di gestire le proprie emozioni è considerata centrale per un accudimento sensibile, qualunque sia lo stato d’animo del bambino (Rutherford et al., 2015).
Conta anche perché i bambini imparano a regolare le proprie emozioni in buona parte osservando come lo fanno gli adulti di riferimento: si parla per questo di trasmissione, adattiva o disadattiva, delle strategie di regolazione emotiva (Morris et al., 2007). Per come il bambino sviluppa questa capacità nelle diverse fasi della crescita rimandiamo all’articolo dedicato alla regolazione delle emozioni nei bambini.
Secondo un modello molto citato, la famiglia influenza la regolazione emotiva del bambino attraverso tre vie: l’osservazione e l’imitazione dei genitori, le pratiche genitoriali legate alle emozioni e il clima emotivo della famiglia (Morris et al., 2007).
Osservando le manifestazioni e le interazioni emotive dei genitori, i bambini apprendono implicitamente quali emozioni sono accettabili nel proprio ambiente e come gestirle (Morris et al., 2007). L’espressione emotiva dell’adulto agisce anche per contagio e come modello: un clima familiare ostile tende ad associarsi a maggiore emotività negativa nei figli (Eisenberg et al., 1998).
Anche il modo in cui un genitore reagisce alle emozioni negative del figlio fa la differenza. Le reazioni non di supporto, cioè punire l’emozione, minimizzare il problema o lasciarsi sopraffare dal proprio disagio, tendono ad amplificare e prolungare l’attivazione emotiva del bambino e si associano a una minore competenza emotiva e sociale (Eisenberg et al., 1998). Va detto che si tratta in gran parte di dati correlazionali e che la relazione è bidirezionale: anche il temperamento del bambino influenza le reazioni del genitore (Eisenberg et al., 1998).
Lo psicologo John Gottman ha descritto la filosofia meta-emotiva del genitore, cioè l’insieme di pensieri e atteggiamenti verso le proprie emozioni e quelle del figlio (Gottman et al., 1996). I genitori che praticano l’emotion coaching sono consapevoli delle emozioni anche lievi, vedono l’emozione negativa del figlio come un’occasione di vicinanza e di insegnamento, la validano, aiutano il bambino a dare un nome a ciò che prova e lo accompagnano a risolvere il problema.
Questi genitori, osserva Gottman, sono anche più a loro agio con il mondo delle emozioni e più capaci di regolare le proprie; all’opposto i genitori che tendono a sminuire le emozioni le vivono come qualcosa di dannoso da far sparire il prima possibile. Nei suoi studi longitudinali l’emotion coaching si associava a una minore tendenza del genitore a svalutare il figlio e a esiti migliori nei bambini, pur trattandosi di campioni piccoli e di analisi correlazionali (Gottman et al., 1996).
Quando il genitore è stanco, stressato o sopraffatto, la sua capacità di regolazione si riduce e diventa più probabile una reazione automatica, dura o sproporzionata (Rutherford et al., 2015). Difficoltà nelle funzioni esecutive dell’adulto, ad esempio quando le risorse mentali sono esaurite, si associano a una maggiore reattività negativa verso il figlio e a uno stile più severo. In questi casi può innescarsi un circolo: il comportamento disregolato del bambino aumenta, alimentato a sua volta da risposte genitoriali poco efficaci (Rutherford et al., 2015).
È un’esperienza comune: quando la stanchezza aumenta e ci si sente senza energie, la soglia di tolleranza alle frustrazioni si abbassa e si tende a essere più sbrigativi e meno accoglienti.
Un modo per allenare la capacità di gestire le proprie emozioni nella relazione con i figli è il parenting consapevole (mindful parenting), un approccio che applica la mindfulness alla genitorialità.
Il modello individua cinque dimensioni: ascoltare con piena attenzione, accettare senza giudizio sé stessi e il figlio, essere consapevoli delle emozioni proprie e del bambino, autoregolarsi nella relazione e coltivare compassione verso sé e il figlio (Duncan et al., 2009). Il cuore del modello è la riduzione della reattività: invece di reagire in automatico, il genitore impara a fare una pausa prima di rispondere, scegliendo un comportamento coerente con i propri valori educativi. Accettare non significa approvare ogni comportamento del bambino, ma partire da una visione chiara di ciò che accade nel momento presente.
Una meta-analisi di 25 studi ha rilevato che gli interventi di mindfulness rivolti ai genitori riducono lo stress genitoriale, con un effetto piccolo subito dopo l’intervento che tende a rafforzarsi a distanza di circa due mesi, e si accompagnano a miglioramenti negli esiti psicologici dei figli sul piano emotivo, comportamentale, cognitivo e sociale (Burgdorf et al., 2019). Gli stessi autori avvertono però che la qualità degli studi disponibili è limitata e il rischio di distorsioni è elevato, per cui i risultati vanno letti con cautela (Burgdorf et al., 2019).
Mettendo insieme questi dati, emergono alcuni passi concreti per i genitori:
L’obiettivo non è eliminare la rabbia o la frustrazione, emozioni inevitabili in ogni relazione, ma imparare a non esserne agiti (Duncan et al., 2009). Per approfondire la gestione di un’emozione particolarmente impegnativa si può leggere l’articolo sulla gestione della rabbia.
Un supporto per i genitori
Quando le difficoltà emotive nella relazione con i figli diventano fonte di sofferenza, un percorso di supporto psicologico può aiutare. Presso il Poliambulatorio dell’Ospedale Maria Luigia è possibile richiedere una consulenza psicologica.
Riconoscendo le situazioni che lo fanno reagire, dando un nome alle proprie emozioni e concedendosi una pausa prima di rispondere. L’obiettivo non è reprimere ciò che si prova, ma evitare reazioni automatiche e scegliere comportamenti coerenti con i propri valori educativi.
Perché la capacità del genitore di regolare le proprie emozioni è considerata centrale per un accudimento sensibile, e perché i bambini imparano a regolare le proprie emozioni in gran parte osservando come lo fanno gli adulti di riferimento.
È l’atteggiamento del genitore che accoglie le emozioni del figlio invece di evitarle: ne è consapevole, le considera un’occasione di vicinanza e di insegnamento, le valida, aiuta il bambino a dare loro un nome e lo accompagna a gestire la situazione.
Il parenting consapevole (mindful parenting) è un approccio che applica la mindfulness alla relazione con i figli. Si basa su cinque dimensioni: ascolto pieno, accettazione non giudicante, consapevolezza delle emozioni proprie e del figlio, autoregolazione e compassione. Punta a ridurre le reazioni automatiche del genitore.
No. La rabbia e la frustrazione sono emozioni normali e inevitabili nella relazione genitore-figlio. Ciò che fa la differenza non è non provarle, ma il modo in cui si gestiscono: riconoscerle e fermarsi prima di reagire evita che si trasformino in comportamenti che si rimpiangono.
Burgdorf, V., Szabó, M., & Abbott, M. J. (2019). The effect of mindfulness interventions for parents on parenting stress and youth psychological outcomes: A systematic review and meta-analysis. Frontiers in Psychology, 10, 1336. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2019.01336
Duncan, L. G., Coatsworth, J. D., & Greenberg, M. T. (2009). A model of mindful parenting: Implications for parent-child relationships and prevention research. Clinical Child and Family Psychology Review, 12(3), 255–270. https://doi.org/10.1007/s10567-009-0046-3
Eisenberg, N., Cumberland, A., & Spinrad, T. L. (1998). Parental socialization of emotion. Psychological Inquiry, 9(4), 241–273. https://doi.org/10.1207/s15327965pli0904_1
Gottman, J. M., Katz, L. F., & Hooven, C. (1996). Parental meta-emotion philosophy and the emotional life of families: Theoretical models and preliminary data. Journal of Family Psychology, 10(3), 243–268. https://doi.org/10.1037/0893-3200.10.3.243
Morris, A. S., Silk, J. S., Steinberg, L., Myers, S. S., & Robinson, L. R. (2007). The role of the family context in the development of emotion regulation. Social Development, 16(2), 361–388. https://doi.org/10.1111/j.1467-9507.2007.00389.x
Rutherford, H. J. V., Wallace, N. S., Laurent, H. K., & Mayes, L. C. (2015). Emotion regulation in parenthood. Developmental Review, 36, 1–14. https://doi.org/10.1016/j.dr.2014.12.008
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