Le emozioni servono a segnalare in tempo reale ciò che conta per la nostra sopravvivenza e i nostri scopi, e a preparare il corpo a una risposta adeguata. Non sono disturbi da spegnere ma informazioni: dicono se una situazione è una minaccia, una perdita, un’opportunità o una violazione, e orientano attenzione, percezione e azione prima ancora che il ragionamento entri in gioco.
Capire a cosa servono le emozioni significa cambiare prospettiva: smettere di vederle come reazioni irrazionali da contenere e iniziare a leggerle come un sistema di valutazione rapida costruito dall’evoluzione. Questo articolo si concentra sulla loro funzione adattiva, cioè sul perché esistono e su cosa fanno per noi. È un piano diverso da quello del riconoscerle (la consapevolezza emotiva) e da quello del gestirle (la regolazione emotiva), temi che trattiamo a parte e a cui rimandiamo lungo il testo.
La risposta più solida arriva dalla ricerca sulle emozioni intese come interfaccia tra organismo e ambiente. In questa visione l’emozione è il meccanismo che media in continuazione tra ciò che accade intorno a noi, e dentro di noi, e il modo in cui rispondiamo. Un evento viene valutato per la sua rilevanza rispetto ai nostri bisogni, piani e valori; da questa valutazione nasce una preparazione all’azione, accompagnata da risposte fisiologiche; solo dopo arriva l’esperienza soggettiva, cioè il sentire, e infine l’etichetta verbale con cui nominiamo lo stato (Scherer e Moors, 2019).
Detto altrimenti, le emozioni non sono eventi casuali, accadono quando qualcosa ci riguarda. Servono perché comprimono in un segnale unico, e veloce, una grande quantità di informazioni: questa cosa è importante, è buona o cattiva per i miei scopi, posso affrontarla o devo evitarla. È un vantaggio in termini di tempo. Un organismo che dovesse calcolare a freddo ogni situazione sarebbe troppo lento per ambienti in cui la rapidità di reazione fa la differenza.
Una delle idee più utili della psicologia delle emozioni è che gli stati affettivi funzionino come informazione. Non sono soltanto qualcosa che proviamo, sono qualcosa che ci dice come stanno le cose. Secondo questa prospettiva, gli stati d’animo influenzano persino il modo in cui elaboriamo ciò che ci circonda: uno stato di umore negativo tende a segnalare che la situazione richiede attenzione e analisi, mentre uno stato positivo segnala che l’ambiente è sicuro e che ci si può affidare a scorciatoie e impressioni generali.
Questo meccanismo è stato osservato in compiti concreti. In una serie di esperimenti sul riconoscimento delle bugie, le persone in uno stato d’animo triste sono risultate più accurate nel distinguere messaggi veri da messaggi falsi rispetto a chi era in uno stato d’animo allegro, perché prestavano più attenzione al contenuto del messaggio anziché ai segnali superficiali; chi era allegro si lasciava guidare di più dai segnali non verbali, meno affidabili (Reinhard e Schwarz, 2012). L’emozione, qui, non disturba il giudizio: ne orienta lo stile, spingendo verso un’analisi più approfondita quando il contesto lo richiede.
Leggere le emozioni come dati ha una conseguenza pratica importante. Prima di decidere cosa fare di un’emozione conviene chiedersi cosa sta segnalando. È un passaggio che apre alla consapevolezza emotiva, cioè alla capacità di accorgersi di ciò che si prova e di dargli un nome, prima ancora di pensare a come intervenire.
Ogni emozione di base si può leggere come una risposta a un tipo specifico di situazione ricorrente nella storia della specie. Non sono reazioni interscambiabili: ciascuna prepara a un’azione diversa e segnala un problema diverso. È utile vederle una per una.
La paura è il caso più studiato. Il cervello umano ha sviluppato un sistema dedicato al rilevamento del pericolo, capace di elaborare i segnali di minaccia in modo rapido e prioritario, anche fuori dalla consapevolezza. I volti spaventati, per esempio, vengono processati in via preferenziale nelle aree sensoriali e facilitano le risposte verso gli stimoli circostanti, perché segnalano la presenza di un pericolo nell’ambiente di cui ancora non conosciamo origine e posizione (Bertini e Làdavas, 2021). La funzione è chiara: allertare e orientare l’attenzione verso ciò che potrebbe farci del male, prima di averlo identificato con certezza.
La paura non è solo allerta mentale, è anche preparazione del corpo. In condizioni di minaccia gli esseri umani entrano in uno stato di immobilità difensiva, il cosiddetto freezing, caratterizzato da un rallentamento del battito cardiaco regolato dai circuiti che collegano l’amigdala alle strutture del tronco encefalico. In questo stato la corteccia visiva aumenta la propria attività di base e la connessione con l’amigdala, in modo da ottimizzare la percezione dei segnali rilevanti per affrontare il pericolo (Lojowska e colleghi, 2018). Il freezing, in altre parole, non è paralisi inutile ma un momento di preparazione percettiva e motoria.
Questo aiuta a capire perché l’ansia, che condivide molti meccanismi con la paura, sia tanto comune: è il prezzo di un sistema di allarme che, per proteggerci, preferisce sbagliare per eccesso di prudenza. Quando però l’allarme resta acceso troppo a lungo o si attiva senza un pericolo reale, può diventare un problema clinico, come nel disturbo d’ansia generalizzata. Per le forme quotidiane e meno intense restano utili le strategie per gestire l’ansia quotidiana.
Le altre emozioni di base seguono la stessa logica funzionale. La rabbia segnala un ostacolo o un torto la cui fonte è nota, e prepara a una risposta diretta; per questo, a differenza della paura, tende a focalizzare l’attenzione sulla persona o sull’oggetto che la provoca, percepito come un pericolo identificabile (Bertini e Làdavas, 2021). La tristezza accompagna una perdita o un fallimento e, come abbiamo visto, orienta verso un’elaborazione più analitica e attenta della situazione (Reinhard e Schwarz, 2012). Il disgusto allontana da ciò che è potenzialmente contaminante o nocivo. La gioia segnala invece che le cose stanno andando bene e che l’ambiente è sicuro.
Il punto comune è che ciascuna emozione corrisponde a una valutazione specifica e a una preparazione all’azione coerente con quella valutazione. La differenziazione tra le emozioni nasce proprio dal modo in cui valutiamo l’evento, lungo dimensioni come la novità, la rilevanza per i nostri scopi, chi ne è responsabile e quanto potere abbiamo di affrontarlo (Scherer e Moors, 2019).
Un concetto centrale per capire a cosa servono le emozioni è quello di tendenza all’azione. Tra la valutazione di un evento e il comportamento si colloca uno stato di prontezza: il corpo e la mente si predispongono a fare qualcosa di specifico, fuggire, attaccare, avvicinarsi, allontanarsi, e questa predisposizione è accompagnata da cambiamenti fisiologici e da espressioni del volto e della voce (Scherer e Moors, 2019).
Questa preparazione spiega molte sensazioni corporee che associamo alle emozioni: il cuore che accelera o rallenta, i muscoli che si tendono, lo stomaco che si chiude. Non sono effetti collaterali, sono parte del messaggio. Il corpo si sta organizzando per una risposta. Anche l’espressione emotiva ha una funzione, spesso comunicativa: informa gli altri del nostro stato e, indirettamente, di ciò che sta accadendo nell’ambiente, con un valore di coordinamento sociale.
Vale la pena precisare un limite. Tendenza all’azione non significa azione obbligata. La preparazione resta una predisposizione che può essere modulata, ed è esattamente qui che entra in gioco la regolazione delle emozioni, un processo distinto dalla loro funzione adattiva. L’emozione segnala e prepara; la regolazione decide cosa farne. Capire questa differenza è il primo passo per non confondere il sentire una rabbia con l’agirla.
È utile tenere separati tre livelli che spesso si confondono. Il primo è la funzione adattiva: a cosa serve un’emozione, cioè quale problema risolve e a quale azione prepara. È il livello di cui parla questo articolo. Il secondo è la consapevolezza: accorgersi di provare un’emozione, distinguerla dalle altre e darle un nome. Il terzo è la regolazione: scegliere come rispondere all’emozione, modulandone intensità, durata o espressione.
Questi piani si appoggiano l’uno sull’altro ma non coincidono. Nel processo emotivo, l’integrazione delle informazioni in una rappresentazione centrale è ciò che permette di monitorare e regolare le risposte possibili, ed è un passaggio successivo rispetto alla preparazione all’azione (Scherer e Moors, 2019). Tradotto: prima l’emozione fa il suo lavoro di segnalazione, poi possiamo accorgercene e infine intervenire. Pratiche come la mindfulness lavorano soprattutto sui due livelli più alti, aiutando ad ascoltare il segnale senza esserne travolti. Riconoscere che un’emozione sgradevole ha una funzione, e non è un nemico, aiuta anche a stare in contatto con i propri valori personali, perché spesso le emozioni più intense segnalano proprio ciò che per noi conta di più.
Resta un punto di onestà scientifica. La cornice evolutiva spiega bene perché le emozioni esistano e cosa facciano in media, ma non descrive un programma rigido: la stessa situazione può suscitare emozioni diverse in persone diverse, e spesso emozioni miste, perché ciò che conta è la valutazione soggettiva dell’evento (Scherer e Moors, 2019). La funzione adattiva è una tendenza, non un destino.
Le emozioni che chiamiamo negative servono a segnalare un problema e a prepararci ad affrontarlo. La paura allerta di fronte a una minaccia, la rabbia di fronte a un ostacolo o a un torto, la tristezza di fronte a una perdita, il disgusto di fronte a qualcosa di potenzialmente nocivo. Sono sgradevoli da provare, ma il loro valore sta proprio nel richiamare attenzione e azione quando qualcosa non va.
Esistono perché, nella storia della specie, hanno aumentato le probabilità di sopravvivere e di gestire bene situazioni ricorrenti. Funzionano come un sistema di valutazione rapida che comprime molte informazioni in un segnale veloce. Il disagio che a volte provocano è il prezzo di un sistema tarato sulla prudenza, che preferisce attivarsi troppo piuttosto che troppo poco.
Significa che gli stati affettivi non sono solo qualcosa che proviamo, ma ci dicono come stanno le cose: se una situazione è sicura o richiede attenzione, se possiamo affidarci alle impressioni o conviene analizzare meglio. Per questo prima di reagire a un’emozione è utile chiedersi cosa sta segnalando.
Sentire un’emozione è il segnale che ci informa e ci prepara a un’azione. Regolarla è il passaggio successivo, in cui scegliamo come rispondere, modulando intensità, durata o espressione. La funzione adattiva riguarda il primo livello, la regolazione il secondo: provare rabbia non equivale ad agirla.
Le emozioni di base condividono meccanismi comuni nella specie umana, ma la stessa situazione può suscitare emozioni diverse, o miste, in persone diverse, perché ciò che conta è il modo in cui ciascuno valuta l’evento rispetto ai propri scopi e valori. La funzione adattiva indica una tendenza generale, non una reazione identica in tutti.
Poliambulatorio dell’Ospedale Maria Luigia
Al poliambulatorio dell’Ospedale Maria Luigia puoi rivolgerti a psicologi e psichiatri per una valutazione e, quando indicato, un percorso di supporto.
Bertini, C., e Làdavas, E. (2021). Fear-related signals are prioritized in visual, somatosensory and spatial systems. Neuropsychologia, 150, 107698. https://doi.org/10.1016/j.neuropsychologia.2020.107698
Lojowska, M., Ling, S., Roelofs, K., e Hermans, E. J. (2018). Visuocortical changes during a freezing-like state in humans. NeuroImage, 179, 313–325. https://doi.org/10.1016/j.neuroimage.2018.06.013
Reinhard, M. A., e Schwarz, N. (2012). The influence of affective states on the process of lie detection. Journal of Experimental Psychology: Applied, 18(4), 377–389. https://doi.org/10.1037/a0030466
Scherer, K. R., e Moors, A. (2019). The emotion process: Event appraisal and component differentiation. Annual Review of Psychology, 70, 719–745. https://doi.org/10.1146/annurev-psych-122216-011854
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