Il binge eating disorder (BED), o disturbo da alimentazione incontrollata, è caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffate vissuti con marcata perdita di controllo, non seguiti da condotte di compenso. È uno dei disturbi alimentari più diffusi nella popolazione generale, spesso sottostimato, con conseguenze significative sulla salute fisica e psicologica. Capirne i sintomi, le cause e i trattamenti evidence-based è il primo passo per un percorso di cura efficace.
Il binge eating disorder (BED), tradotto in italiano come disturbo da alimentazione incontrollata, è un disturbo del comportamento alimentare riconosciuto come entità diagnostica autonoma a partire dal DSM-5 (2013) e confermato nel DSM-5-TR (APA, 2022). Si caratterizza per la presenza di episodi ricorrenti di abbuffate durante i quali la persona consuma quantità di cibo nettamente superiori a quelle che la maggior parte delle persone assumerebbe in circostanze simili, vissuti con una marcata sensazione di perdita di controllo.
A differenza della bulimia nervosa, le abbuffate del BED non sono seguite da condotte di compenso come il vomito autoindotto, l’uso di lassativi o l’esercizio fisico eccessivo. Questa assenza di compenso, unita alla frequenza degli episodi, porta spesso a un progressivo aumento di peso e a un’associazione molto frequente con il sovrappeso e l’obesità.
Il BED è oggi considerato il disturbo alimentare più diffuso nella popolazione generale: uno studio su un ampio campione rappresentativo della popolazione adulta americana ha stimato una prevalenza lifetime intorno allo 0,9% per il disturbo pieno, con tassi che salgono considerando le forme sottosoglia (Udo & Grilo, 2018). Una precedente indagine del World Mental Health Survey della WHO aveva già documentato la distribuzione cross-nazionale del disturbo e la sua rilevanza come problema di salute pubblica (Kessler et al., 2013).
Secondo il DSM-5-TR, la diagnosi di binge eating disorder richiede episodi ricorrenti di abbuffata, definiti dalla presenza di entrambi i seguenti elementi: il consumo, in un periodo definito di tempo (per esempio entro due ore), di una quantità di cibo decisamente maggiore di quella che la maggior parte delle persone consumerebbe in un periodo simile in circostanze analoghe; e una sensazione di perdita di controllo sull’assunzione di cibo durante l’episodio (APA, 2022).
Gli episodi devono essere associati ad almeno tre delle seguenti caratteristiche:
Per porre diagnosi, gli episodi di abbuffata devono verificarsi almeno una volta a settimana per tre mesi e causare un marcato disagio. Infine, le abbuffate non devono essere associate a comportamenti di compenso ricorrenti (che orienterebbero verso una diagnosi di bulimia nervosa) e non devono comparire esclusivamente nel corso di un episodio di anoressia nervosa o bulimia (Amianto et al., 2015).
Il DSM-5-TR definisce anche il livello di gravità del disturbo in base alla frequenza settimanale degli episodi di abbuffata: lieve (1-3 episodi), moderata (4-7), grave (8-13), estrema (14 o più).
Il binge eating disorder, la bulimia nervosa e l’anoressia nervosa condividono alcune caratteristiche cliniche centrali, come la preoccupazione per il cibo e la difficoltà nella regolazione dell’alimentazione, ma presentano differenze sostanziali dal punto di vista diagnostico e terapeutico.
Talvolta il BED viene erroneamente descritto come “bulimia senza vomito”: questa definizione è una semplificazione impropria. Le due condizioni hanno profili sintomatologici e prognostici diversi e richiedono approcci terapeutici in parte differenti. Per un inquadramento complessivo dei disturbi dell’alimentazione si rimanda all’approfondimento dedicato ai disturbi del comportamento alimentare.
Come per gli altri disturbi alimentari, il binge eating disorder è una condizione multifattoriale, risultato dell’interazione fra vulnerabilità biologica, fattori psicologici individuali ed esperienze ambientali. Non esiste una causa unica, ma un profilo di rischio cumulativo (Amianto et al., 2015).
Fattori biologici. Studi di genetica epidemiologica documentano una componente ereditaria del BED, coerente con quanto osservato negli altri disturbi alimentari. A livello neurobiologico, le ricerche più recenti evidenziano alterazioni nei circuiti della ricompensa e del controllo inibitorio, con profili di attivazione cerebrale parzialmente distinti sia da quelli dell’obesità semplice sia da quelli degli altri disturbi alimentari, suggerendo meccanismi specifici che possono avere implicazioni per la scelta dei trattamenti (Boswell, Potenza & Grilo, 2021).
Fattori psicologici. Tra i meccanismi psicologici centrali nel mantenimento del BED figurano la disregolazione emotiva, la difficoltà nel tollerare stati affettivi negativi, l’uso del cibo come strategia di regolazione delle emozioni e un’immagine corporea negativa associata a bassa autostima e a un’auto-valutazione indebitamente centrata sull’aspetto fisico.
Fattori ambientali ed esperienziali. Esperienze di vita avverse, in particolare eventi traumatici in età evolutiva e una storia di dieta restrittiva cronica o di ripetuti tentativi di perdita di peso, rappresentano fattori di rischio ben documentati per l’esordio del BED. La dieta rigida, in particolare, può innescare un pattern di alternanza tra restrizione e perdita di controllo che è uno dei meccanismi di mantenimento più rilevanti (Udo & Grilo, 2018).
Il binge eating disorder è fortemente associato a una serie di conseguenze mediche legate prevalentemente al sovrappeso e all’obesità, che coesistono frequentemente con il disturbo. Tra le principali complicanze fisiche documentate:
È importante sottolineare che le comorbilità metaboliche osservate nei pazienti con BED non sono interamente riconducibili al solo eccesso di peso: anche a parità di BMI, i pazienti con BED mostrano profili di rischio metabolico e cardiovascolare in parte distinti rispetto ai soggetti con obesità senza BED (Udo & Grilo, 2018). Questo dato sottolinea la necessità di affrontare il disturbo alimentare come bersaglio terapeutico specifico, e non di considerarlo semplicemente un sintomo dell’obesità.
Sul piano psicologico, il binge eating disorder è associato a un carico sintomatologico significativo e ad elevati tassi di comorbilità con altri disturbi psichiatrici. Le evidenze dai grandi studi epidemiologici indicano una prevalenza di comorbilità superiore al 70% nei pazienti con BED, con particolare frequenza dei disturbi dell’umore, dei disturbi d’ansia e dei disturbi da uso di sostanze (Kessler et al., 2013).
Le principali conseguenze e comorbilità psicologiche includono:
Il trattamento del binge eating disorder si avvale sia di interventi psicoterapeutici sia di interventi farmacologici, spesso in combinazione. Una revisione recente sui trattamenti dei disturbi alimentari ha confermato che gli approcci strutturati, in particolare quelli di matrice cognitivo-comportamentale, sono quelli con il maggior livello di evidenza per la riduzione delle abbuffate e della psicopatologia associata (Grilo, 2024).
La terapia cognitivo-comportamentale adattata ai disturbi alimentari (CBT-ED) è l’intervento psicologico con le evidenze più robuste. Una meta-analisi su numerosi trial controllati ha documentato la superiorità della CBT rispetto ai trattamenti di controllo nella riduzione della frequenza delle abbuffate e nel miglioramento della psicopatologia alimentare, sia nel BED sia negli altri disturbi alimentari (Linardon et al., 2017).
L’interpersonal psychotherapy (IPT) è un secondo trattamento psicologico efficace nel BED, con risultati sovrapponibili alla CBT a lungo termine. Un ampio trial controllato ha mostrato che CBT e IPT producono effetti simili sulla remissione degli episodi di abbuffata, e che entrambi si associano a miglioramenti stabili nel corso del follow-up (Wilson et al., 2010). Uno studio di follow-up a lungo termine ha confermato la stabilità dei benefici dei trattamenti psicologici a distanza di anni dal termine dell’intervento (Hilbert et al., 2012). Una revisione sistematica ha sintetizzato le opzioni psicoterapeutiche disponibili per il BED e ne ha confermato il profilo di efficacia nella pratica clinica (Iacovino et al., 2012).
Sul piano farmacologico, la lisdexamfetamina dimesilato è attualmente l’unico farmaco approvato dalla FDA per il trattamento del binge eating disorder di severità da moderata a severa negli adulti. Un trial randomizzato controllato con placebo ha dimostrato che il farmaco riduce significativamente la frequenza degli episodi di abbuffata, con effetti clinicamente rilevanti mantenuti nel corso del trattamento (McElroy et al., 2015). È importante sottolineare che la lisdexamfetamina non è stata sviluppata come trattamento per la perdita di peso e che il suo uso deve essere strettamente inquadrato all’interno di un percorso clinico specialistico, con attenzione alle controindicazioni cardiovascolari e al potenziale d’abuso.
In ambito italiano, alcuni antidepressivi SSRI vengono talvolta utilizzati off-label nel trattamento del BED per ridurre la frequenza delle abbuffate e trattare le comorbilità depressive e ansiose frequentemente associate. Tutti gli interventi farmacologici vanno integrati con un percorso psicoterapeutico e con un’attenzione specifica alla dimensione nutrizionale e metabolica del paziente.
Il trattamento del binge eating disorder richiede un approccio multidisciplinare che integri competenze psichiatriche, psicologiche, nutrizionali e internistiche. Il piano terapeutico, individualizzato sulla base del profilo clinico del paziente, lavora contemporaneamente su più obiettivi: la riduzione e l’eliminazione delle abbuffate, la stabilizzazione del quadro alimentare, il trattamento delle comorbilità psichiatriche, la gestione delle complicanze metaboliche e la costruzione di strategie di regolazione emotiva alternative all’uso del cibo.
Il ricovero per binge eating disorder rientra nel più ampio percorso di ricovero per disturbi alimentari dell’Ospedale Maria Luigia, ed è indicato quando il trattamento ambulatoriale non ha prodotto risultati adeguati, quando la frequenza degli episodi di abbuffata è molto elevata, quando coesistono complicanze metaboliche significative o gravi comorbilità psichiatriche, oppure quando è necessario un contesto strutturato per interrompere il circolo vizioso dieta–abbuffata–senso di colpa. Il ricovero consente una valutazione medica e nutrizionale accurata, l’avvio di un percorso psicoterapeutico intensivo e l’impostazione di un piano di trattamento integrato. Per maggiori dettagli sul percorso clinico proposto si rimanda alla pagina dedicata alla cura del binge eating disorder all’Ospedale Maria Luigia.
Informazioni per il ricovero
In questa pagina trovi tutte le informazioni utili su come funziona il ricovero presso il nostro ospedale, le modalità di accesso e i contatti.
Il binge eating disorder (BED), o disturbo da alimentazione incontrollata, è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffate vissuti con una marcata perdita di controllo e non seguiti da condotte di compenso come il vomito autoindotto o l’uso di lassativi. È riconosciuto come entità diagnostica autonoma dal DSM-5-TR e rappresenta il disturbo alimentare più diffuso nella popolazione generale (APA, 2022; Udo & Grilo, 2018).
La differenza principale riguarda le condotte di compenso. Nella bulimia nervosa le abbuffate sono seguite sistematicamente da comportamenti come vomito autoindotto, uso di lassativi o diuretici, digiuno o esercizio fisico eccessivo, e il peso tende a restare nella norma. Nel binge eating disorder le abbuffate non sono seguite da condotte di compenso ricorrenti, e il disturbo è frequentemente associato a sovrappeso o obesità. Si tratta di due condizioni cliniche distinte con profili prognostici e terapeutici in parte differenti.
Le cause sono multifattoriali. Il BED risulta dall’interazione tra vulnerabilità biologica (componente ereditaria, alterazioni nei circuiti cerebrali di ricompensa e controllo inibitorio), fattori psicologici (disregolazione emotiva, uso del cibo come strategia di gestione delle emozioni, bassa autostima, immagine corporea negativa) ed esperienze ambientali (eventi traumatici, dieta restrittiva cronica, ripetuti tentativi di perdita di peso). Non esiste una causa unica, ma un profilo di rischio cumulativo (Amianto et al., 2015; Boswell et al., 2021).
Sì. Il BED risponde a trattamenti evidence-based con effetti clinicamente rilevanti e stabili nel tempo. La terapia cognitivo-comportamentale adattata ai disturbi alimentari (CBT-ED) è l’intervento psicologico con le evidenze più robuste (Linardon et al., 2017), con risultati confermati nel lungo termine (Hilbert et al., 2012). Un’alternativa efficace è la psicoterapia interpersonale (IPT) (Wilson et al., 2010). Sul piano farmacologico, la lisdexamfetamina è l’unico farmaco approvato dalla FDA per il BED di severità moderata o severa negli adulti (McElroy et al., 2015).
Gli elementi chiave da considerare sono la presenza ricorrente di episodi di abbuffata in cui si mangia una quantità di cibo nettamente superiore al normale con sensazione di perdita di controllo, l’assenza di condotte di compenso regolari, e un marcato disagio psicologico associato agli episodi. Secondo il DSM-5-TR, gli episodi devono verificarsi almeno una volta a settimana per tre mesi per porre diagnosi. Un sospetto clinico va sempre confermato da una valutazione specialistica, che consente di distinguere il BED da altre condizioni alimentari e di impostare un percorso di trattamento adeguato.
Il binge eating disorder è frequentemente associato al sovrappeso e all’obesità, ma può presentarsi anche in persone con peso nella norma. L’associazione è dovuta sia al surplus calorico introdotto durante le abbuffate, sia all’assenza di condotte di compenso. Tuttavia anche a parità di peso corporeo, i pazienti con BED mostrano un profilo di rischio metabolico in parte distinto rispetto a chi ha obesità senza BED (Udo & Grilo, 2018), e trattare il disturbo alimentare come obiettivo terapeutico specifico è più efficace che concentrarsi solo sulla perdita di peso.
American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.). https://doi.org/10.1176/appi.books.9780890425787
Amianto, F., Ottone, L., Abbate Daga, G., & Fassino, S. (2015). Binge-eating disorder diagnosis and treatment: A recap in front of DSM-5. BMC Psychiatry, 15, 70. https://doi.org/10.1186/s12888-015-0445-6
Boswell, R. G., Potenza, M. N., & Grilo, C. M. (2021). The neurobiology of binge-eating disorder compared with obesity: Implications for differential therapeutics. Clinical Therapeutics, 43(1), 50–69. https://doi.org/10.1016/j.clinthera.2020.10.014
Grilo, C. M. (2024). Treatment of eating disorders: Current status, challenges, and future directions. Annual Review of Clinical Psychology, 20, 97–123. https://doi.org/10.1146/annurev-clinpsy-080822-043256
Hilbert, A., Bishop, M. E., Stein, R. I., Tanofsky-Kraff, M., Swenson, A. K., Welch, R. R., & Wilfley, D. E. (2012). Long-term efficacy of psychological treatments for binge eating disorder. The British Journal of Psychiatry, 200(3), 232–237. https://doi.org/10.1192/bjp.bp.110.089664
Iacovino, J. M., Gredysa, D. M., Altman, M., & Wilfley, D. E. (2012). Psychological treatments for binge eating disorder. Current Psychiatry Reports, 14(4), 432–446. https://doi.org/10.1007/s11920-012-0277-8
Kessler, R. C., Berglund, P. A., Chiu, W. T., Deitz, A. C., Hudson, J. I., Shahly, V., Aguilar-Gaxiola, S., Alonso, J., Angermeyer, M. C., Benjet, C., Bruffaerts, R., de Girolamo, G., de Graaf, R., Maria Haro, J., Kovess-Masfety, V., O’Neill, S., Posada-Villa, J., Sasu, C., Scott, K., … Xavier, M. (2013). The prevalence and correlates of binge eating disorder in the World Health Organization World Mental Health Surveys. Biological Psychiatry, 73(9), 904–914. https://doi.org/10.1016/j.biopsych.2012.11.020
Linardon, J., Wade, T. D., de la Piedad Garcia, X., & Brennan, L. (2017). The efficacy of cognitive-behavioral therapy for eating disorders: A systematic review and meta-analysis. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 85(11), 1080–1094. https://doi.org/10.1037/ccp0000245
McElroy, S. L., Hudson, J. I., Mitchell, J. E., Wilfley, D., Ferreira-Cornwell, M. C., Gao, J., Wang, J., Whitaker, T., Jonas, J., & Gasior, M. (2015). Efficacy and safety of lisdexamfetamine for treatment of adults with moderate to severe binge-eating disorder: A randomized clinical trial. JAMA Psychiatry, 72(3), 235–246. https://doi.org/10.1001/jamapsychiatry.2014.2162
Udo, T., & Grilo, C. M. (2018). Prevalence and correlates of DSM-5-defined eating disorders in a nationally representative sample of U.S. adults. Biological Psychiatry, 84(5), 345–354. https://doi.org/10.1016/j.biopsych.2018.03.014
Wilson, G. T., Wilfley, D. E., Agras, W. S., & Bryson, S. W. (2010). Psychological treatments of binge eating disorder. Archives of General Psychiatry, 67(1), 94–101. https://doi.org/10.1001/archgenpsychiatry.2009.170
Nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione le emozioni non sono solo intense: spesso sono confuse,… Read More
Il disturbo da stress post-traumatico, detto anche PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), è un disturbo presente… Read More
La fobia sociale, detta anche disturbo d'ansia sociale, è un disturbo che si trova nel… Read More
L'ipocondria è una condizione caratterizzata da una preoccupazione eccessiva e persistente per la propria salute.… Read More
Nel panorama attuale delle terapie per i disturbi alimentari, una delle aree più innovative è… Read More
Il disturbo narcisistico di personalità è uno dei disturbi di personalità definiti dal DSM-5-TR (APA,… Read More